La vita non è un gioco, parliamo di gioco d’azzardo patologico. L’approfondimento della dott.ssa Martina Gambacorta

Pubblichiamo di seguito una sintesi dell’intervento svolto dalla Dott.ssa Martina Gambacorta, psicologa e psicoterapeuta, in occasione del convegno “La vita non è un gioco. L’uso responsabile del denaro ed il gioco d’azzrdo” tenutosi a Zevio (Vr) il 5 maggio u.s..

Il sogno di poter cambiar vita, sembra essere dietro l’angolo, in un gratta e vinci al tabacchino, in una giocata alla slot machine mentre prendiamo un caffè al bar sotto l’ufficio, in una puntatina a un casinò online comodamente dal pc di casa nostra. Nell’era dei vuoti relazionali, della disoccupazione e dello stare bene solo se “possiedo l’oggetto desiderato”, il gioco d’azzardo sta prendendo sempre più piede creando una vera e propria “malattia sociale” come definito dall’OMS.

Tra le dipendenze comportamentali di nuova generazione è quella che ha gli effetti negativi conseguenti più devastanti. Infatti l’indebitamento che può portare nei casi più gravi implica licenziamenti lavorativi, deterioramenti relazionali e famigliari, divorzi, crollo psico emotivo personale che a volte può portare al suicidio.

Vediamo da vicino cos’è la dipendenza da gioco d’azzardo, secondo il dipartimento delle politiche antidroga: è la conseguenza secondaria di un iniziale comportamento volontario di gioco d’azzardo che diventa persistente in un individuo che presenta particolari condizioni neuropsichiche di vulnerabilità allo sviluppo di dipendenza se sottoposto a stimoli di gioco.

Cosa vuol dire? Vuol dire che i giocatori d’azzardo sono diversi, ci sono quelli tecnicamente chiamati “ricreativi” che giocano per divertirsi, quelli “problematici” che giocano d’azzardo per motivi vari, per sfogo, per divertimento, per il sogno di cambiar vita, per evadere dalle varie preoccupazioni della realtà. E poi ci sono i giocatori “patologici” che nel tempo, hanno sviluppato una vera e propria dipendenza con stintomi fisici, psichici e sociali. Sono persone che stanno non solo fisicamente male, nel tempo sviluppano disturbi d’ansia, gastrointestinali, insonnia, problemi alimentari, tutto ciò non sempre si vede, ma soprattutto psicologicamente male, ingabbiati nel loro senso di onnipotenza e invincibilità, pieni di sensi di colpa presenti nei momenti di lucidità, intrappolati in credenze irrazionali inerenti la fortuna e altrettanti sintomi sociali che implicano tutte le conseguenze legali, finanziarie che compromettono i rapporti a 360°.

Ma qual’è la differenza tra chi sviluppa una dipendenza o meno? La differenza sta nel fatto che il giocatore patologico è caratterizzato dal bisogno incontrollabile di giocare, dalla perdita del controllo quando il gioco è avviato, e da problemi legati e conseguenti al gioco come aspetto centrale nella vita del soggetto (Moran, 1975, Greenberg, 1980), quindi il desiderio di rilassarsi tipico del giocatore non patologico viene meno, come vengono meno le capacità riflessive, il senso di realtà e dei propri limiti. Tutto diventa gioco, il tempo per altro non esiste più. Il gioco diventa il fulcro di tutto.

Molte ricerche mettono in evidenza l’esistenza di alcuni fattori di personalità che rendono gli individui più predisposti in associazione poi ai continui stimoli ambientali. In termini caratteriali le persone con bassa autostima, difficoltà del controllo dei propri impulsi, introversione, timidezza, umore depressivo, paura, persone che non si sentono realizzate dal punto di vista famigliare, lavorativo o personale con tendenza ad avere deficit di attenzione e iperattività sembrano essere maggiormente vulnerabili allo sviluppo di una patologia d’azzardo. Spesso queste persone hanno delle credenze irrazionali sulla fortuna e sulle proprie abilità, tendenzialmente sovrastimano sé stessi e la possibilità di vincita e sottostimano il caso e la possibilità reale di perdita. Hanno rituali e convinzioni di “quasi vincite” e tendenza a “rincorrere la perdita” per recuperare la cifra spesa. Pronunciano frasi del tipo “oggi è il mio giorno fortunato, farò una vincita che mi permetterà di sistemare tutto”.

Risulta chiaro a chi non è coinvolto, come in questo modo si inneschi un escalation molto pericolosa: gioco per poter fare la “grande vincita” risolutiva e inevitabilmente gioco, per alleviare la tensione della sconfitta e allo stesso tempo per poter vincere. Certo questi non sono gli unici fattori, incidono anche la famigliarità, quindi avere qualche giocatore d’azzardo in famiglia o comunque il considerare tollerato il gioco d’azzardo in famiglia, poche regole educative e i molti stimoli ambientali.

Indicativamente, dalle ricerche effettuate, sembra essere maggiormente presente in ceti medio bassi e in persone che per qualche motivo, hanno subito delle deprivazioni affettive. Non ultimo poi, la fondamentale analisi di come sta cambiano il gioco che nell’era multimediale è diventato sempre più veloce, tecnologico con bassa soglia di accesso e estremamente semplice tale da non richiedere abilità particolari. Questo fa si che le giocate siano sempre più in solitudine, dove il controllo di parenti e amici è quasi totalmente assente.

Da vera e propria dipendenza il gioco produce forte eccitazione e tensione prima della giocata, tensione che aumenta in periodi di stress, un senso di liberazione e gratificazione durante il gioco, un forte senso di perdita di controllo nel compiere atti illegali o negligenza sul lavoro o abuso di sostanze o sbalzi di umore in casa portando anche a spiacevoli episodi di violenza domestica. Ciò porta a un notevole isolamento sociale e un senso di malessere sempre più forte che porta a sua volta a giocare.

Come si scivola nella patologia? Chiarito che esistono dei fattori predisponenti, nella patologia di scivola iniziando a giocare in modo ricreativo, spesso è una vincita che fa scattare il senso di invincibilità e di “controllo” dell’incontrollabile, cioè il caso. Successivamente a ciò, esiste quella che i teorici chiamano “fase perdente”, in cui c’è una rincorsa continua della perdita, nel tentativo (in cui il giocatore crede realmente) di recuperare tutto ciò che è stato perso. Da qui spesso si innescano le prime sensazioni negative, debiti, litigi, aumento dell’ossessione e dei pensieri inerenti il gioco.

Entrambe le fasi connotate da pensieri irrealistici inerenti la fortuna e la possibilità di vincere in base a presunte proprie capacità personali, possono durare anni. La fase che spesso è il punto di non ritorno è quella in cui vi è la totale perdita di controllo, con la dinamica già descritta in cui si gioca per vincere e recuperare i soldi persi, si chiedono soldi “in prestito” a amici, famigliari, viene meno il proprio sistema di valori personali tantè che le persone arrivano a mentire e rubare in casa propria, i familiari spesso iniziano ad accorgersi che c’è qualcosa che non va e ciò innesca nel giocatore ulteriore frustrazione che tenterà di affievolire attraverso il gioco. Se il crollo emotivo non lo schiaccia al tal punto da fargli fare scelte irreparabili, il giocatore in questa fase viene spinto dai familiari a farsi aiutare. Certo la motivazione non è ancora salda e il giocatore non è ancora pienamente consapevole di tutto ciò che è accaduto e dei problemi che si sono innescati, ma è un inizio per poter interrompere la spirale.

Successivamente, grazie a percorsi terapeutici multidisciplinari la persona cambia definitvamente vita: interruzione del gioco, aiuto a gestire con attività ricreative il tempo vuoto, colloqui motivazionali per creare la giusta alleanza terapeutica, gruppi di mutuo aiuto, approcci in cui si aiuta l’ex giocatore a ristrutturare cognitivamente le credenze irrazionali relative al gioco, terapia che aiuti il giocatore e la famiglia a gestire l’impatto emotivo, se necessario terapia farmacologica per gestire l’eventuale comorbidià con altre patologie psichiche o abuso di sostanze.

Non ultimo spesso è di aiuto una consulenza legale finanziaria per gestire il rientro dai debiti e altri problemi legali creatosi. Fatto ciò, spesso il tempo da dedicare ai familiari aumenta, il rientro al lavoro diventa possibile, i vuoti personali, le debolezze e fragilità vengono affrontate in modo più sano. L’ex giocatore inizia ad ascoltarsi ed ascoltare e a gestire il modo più “sano” le emozioni negative, i problemi, inizia a ri-apprezzare la vita e a porsi degli obiettivi a breve e medio termine ri-prendendosi la responsabilità di sé stesso.

Purtroppo ancora troppi pochi giocatori patologici si ricolgono a un centro di aiuto, si stima la percentuale sia solo il 10%, ancora culturalmente viene scambiata una patologia che ha un impatto personale devastante con un semplice vizio.

Il gioco d’azzardo è da considerarsi un vero disturbo e una vera dipendenza (DSM V), e a maggior ragione essendo molto subdolo nelle fasi iniziali, interventi di sensibilizzazione, formazione e trattamento andrebbero incentivati, anche nelle fasce più giovani, sempre più a rischio rispetto al gioco online. Sono dell’idea che più conosciamo il fenomeno e più possiamo gestirlo e prevenirlo. Se non lo conosciamo anche ciò è impensabile.

Ho l’oscar della follia. Il gioco rappresenta il non vedere il domani, la totale mancanza di una prospettiva. Pensare di risolvere le difficoltà economiche con il gioco è un pensiero abbastanza assurdo! Negli ultimi anni praticamente ho giocato sempre per cercare di recuperare i soldi che continuavo a perdere!”. M. 40 anni, single.

Dott.ssa Martina Gambacorta psicologa, psicoterapeuta Verona, via Paglia 7 3478090537 martina.gambacorta@ordinepsicologiveneto.it

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